Cosi pure gli sono grato
- pensando ch'egli , il ProVicario, ci abbia almeno messo le mani - del Telegramma...
e derogo, nello scriver questa parola, alla mia manzoniana avarizia di maiuscole,
perchè si tratta di un fatto poco meno che storico, a giudicare dal giubilo
che suscitò fra gli stracciaioli dell'anzidetta confraternita verde-rosso-rossastra.
Alludo all'ultimo dei non pochi che al dir del solito Espresso furon mandati
- al cardinale Tisserant, al cardinale Cicognani, a monsignor Dell'Acqua... - al
fine di ottener che la Tunica venisse autorevolmente stracciata, sollecitandoli,
per dirlo con le parole del già citato Le Monde , a «trouver
la formule brève et tout à fait explicite qui rendrait intégralement
justice au cardinal Lercaro». Questo, in data 11 aprile, era finalmente diretto
al Papa, non per suggerirgli, che diamine! la parola che da lui si attendeva «in
ultima istanza», la risposta che il cuore di «tutti» aveva anticipato
, ma per dargliene l'occasione protestandogli l'ossequio e invocandone la benedizione
sui lavori del Consilium riunito ad exequendam...
Non n'ebbi notizia allora - nè so se fu reso pubblico - e questo mi ha risparmiato
un poco dell'ansietà del preallarme, pur s'è vero che praeuisa minus
laedere tela solent. Ne ho avuto, cosi, notizia dalla risposta, dal telegramma
del Papa al cardinale Lercaro, e, sinceramente parlando, la freccia, invece di abbattermi,
mi ha sollevato.
A parte che il telegramma, cosa da tutti rilevata, è in latino (una dolce
freccia, se fosse, per chi se la sarebbe attirata a causa del suo amore al latino),
nulla, assolutamente nulla non c'è che, explicite o implicite, condanni
il mio libro o in qualche modo vi alluda (lo riconosce, a denti stretti, anche il
padre Fabbretti: «Nel messaggio non si accenna alla polemica»; lo ammette,
di malavoglia, in Vita il Gian Carlo Zizola, per non citare che un altro fra
i più delusi: «Malgrado la genericità del telegramma...»)
ed è talmente vero l'opposto che io sono stato lì lì per chiedere
al cardinal Cicognani il permesso di preporlo a queste mie nuove pagine... È
lui che lo ha stilato, e in un così bello stile ch'è un piacere, per
me, ogni volta, rileggerlo: «Augustus Pontifex gratissime affectus flagrantis
reverentiae significatione quam tu ... die festo sancti Leonis Magni exprompsisti
vicem testatae pietati rependit divini Paracliti invocans lumen roburque istius Consilii
laboribus ut Dei honorem, Ecclesiae Sanctae decorem animorumque fructum indefatigata
sollertia idem provehat atque propaget...»
«L'onore di Dio, il decoro della Santa Chiesa e il vantaggio delle anime...»
Adhaereat lingua mea faucibus meis e la mano con cui scrivo questo si secchi
se tale non è stata l'unica ragion del mio scrivere, senza presumer di me
più del sagrestano che serve con la sua canna o la sua granata la chiesa...
e gli si perdona se lo zelo della casa di Dio gli fa pigliar qualche arrabbiatura,
gli fa scappar qualche parola un po' forte, magari contro il priore.
E c'è, in questo augusto «messaggio», un punto, un particolare,
cronistico, di cui sono così felice che non posso non ringraziare il cardinale
Lercaro di avergli dato occasione spedendo il suo al Papa proprio quell'11 aprile,
festa di san Leone Magno. Proprio così e il Papa lo ha rilevato: «
...quam tu... die festo saneti Leonis Magni exprompsisti...» San Leone Magno
è, infatti, uno dei miei santi particolari, e lo è proprio per il latino,
per la sua gelosa difesa della sacra lingua latina, esaltato proprio per questo dal
grande suo difensore Leone XIII nel suo Sacrum Latinae linguae depositum, insieme
a quegli altri grandi difensori che furono Damaso, Gregorio Magno, Eugenio IV, Niccolò
IV e su su fino... fino a Giovanni XXIII, avrebbe potuto scrivere se avesse potuto
antivedere gli atti di tutti i suoi successori, e dico papa Giovanni perchè
in questa difesa ed esaltazione egli s'è distinto fra tutti, e proprio per
questo era particolarmente devoto di san Leone Magno e ne citò la testimonianza
nel discorso che volle far seguire, in San Pietro, alla solennissima promulgazione
della sua Veterum sapientia...
Non contento di avere eretto con la sua penna un tal monumento alla «lingua
cattolica», alla «lingua della Chiesa», egli tornò infatti
a dirne con la voce gli elogi, fra cui quello, sì, proprio quello della sua
«predestinazione»: «Essa fu strumento della diffusione del Vangelo,
portato sulle vie consolari, quasi a simbolo provvidenziale della più
alta unità del Corpo Mistico. Lo afferma concisamente il Nostro Predecessore
San Leone Magno: Disposito namque divinitus operi maxime congruebat ut... ed
è rimasta nell'uso della Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della Liturgia
... nella sobrietà sostanziosa dei sacri testi della Liturgia, del Divino
Ufficio e delle opere dei Padri della Chiesa, affinchè i nostri sacerdoti,
anche in questo, possano essere lampade ardenti e luminose, che diano luce e calore
alle menti e al cuore degli uomini...»
L'amore di papa Giovanni per questo suo predecessore gli fa scrivere nel suo Diario,
durante il suo ritiro spirituale 26 novembre - 2 dicembre 1961: «In questi
mesi mi tornano familiari san Leone Magno e Innocenzo III. Purtroppo pochi ecclesiastici
si curano di loro che sono ricchi di tanta dottrina teologica e pastorale.Non
mi stancherò di attingere a queste sorgenti così preziose di scienza
sacra e di deliziosa poesia»: da cui si vede che papa Giovanni amava, gustava,
aveva in gran conto la «poesia», la bellezza; in tal conto l'aveva che
invece di disprezzare chi la ritiene essenziale al culto, si doleva dei preti incuranti
di abbeverarsi alle sue fonti. «Purtoppo pochi ecclesiastici...» Ed è
questo il guaio, è cosi, con l'incuranza o la mancanza d'ogni senso del bello,
col disprezzo o il disuso d'ogni valore letterario, artistico, musicale, in tanta
parte del clero, che s'è reso possibile ciò che vediamo e sentiamo
nella «casa di Dio» da quel 7 marzo e che si potrebbe esprimere col verso
del poeta, il Racine: Comment en un plomb vil, l'or pur s'est-il changé?
Quanto alla «lingua della Chiesa», la guerra che le si fa da certuni
(e che non le si farebbe, sarò maligno, se invece del latino fosse poniamo
il russo) ha origini ancora più vili: vili come le armi di cui si serve, e
n'è vittima (per opera dei suoi «domestici») lo stesso papa Giovanni,
che si vede condannato, cassato, amputato dalla sua opera, quasi una vergogna o un
errore, l'Atto più solenne del suo pontificato, dico la Veterum sapientia,
di cui invano si cerca il titolo o una pur minima menzione in quel suo diario
pubblicato come Giornale dell'anima da chi godè della sua fiducia:
non nominata, ripeto, saltata, come si dice, a piè pari, non
certo per distrazione (e forse non senza intesa con altri), in quella stessa cronistoria
annuale, mensile e giornaliera della sua vita che ne registra ogni più piccolo
passo. Qualche cosa come se in una cronistoria del Manzoni si saltassero i Promessi
Sposi o, per rimanere fra i papi, in quella di Leone XIII la Rerum novarum...
e povero papa Giovanni, che dell'Atto volle notata l'eccezionale rilevanza non
solo fra i suoi ma fra tutti quelli della Sede Apostolica, facendo scriver negli
Acta: «Paucis sane documentis, gravissimis etiam, contigit ut a Summo
Pontifice tanta in celebritate sacrarum dignitatum ac tanta cum sollemnitate consulto
sanciretur», e specificare il dove, «in ipsa Patriarchali Petriana Basilica,
ad aram templi maximam», il giorno, «die festo Cathedrae Sancti Petri»,
il numero dei Cardinali assistenti, «Purpurati Patres supra quadraginta»,
dei vescovi, «ad centum Sacrorum Antistites», e i Prefetti delle Congregazioni,
il Clero, i Seminari, i Collegi e «un'ingente turba di pellegrini». ...Così,
e di una così promulgata Costituzione Apostolica s'ignora - torniamo a dirlo,
a cognizione dei metodi con cui ci si combatte - s'ignora, da quelli, l'esistenza.
Per combatterci - noi lo vediamo! - tutti i mezzi in mano a loro, son buoni; ed ecco,
cosi, un padre Balducci farsi, contro di me, «papalino» - «il Papa
doveva intervenire...» - e appellarsi, non soccorrendo il Capo, a un cappello.