Seconda domenica dell'Avvento:
son passati sette giorni e son passati mille anni. Sette giorni ai nostri occhi e
mille anni alla nostra mente, che cammina coi patriarchi, col desiderio, con la fame
dei patriarchi, verso la «Casa del Pane».
Populus Sion, ecce Dominus veniet ad salvandas gentes...: «Popolo di
Sion, ecco, il Signore viene a salvar le nazioni, e farà sentire, il Signore,
la gloria della sua voce nella letizia del vostro cuore». Con questo annunzio
e questa dolce promessa s'apre la messa di stamani. Sion, le nazioni, la gloria della
sua voce, la letizia del nostro cuore... E l'itinerario del suo avvento - da Síon
alle nazioni, dal «popolo scelto» a tutti i popoli della terra - ed è,
predescritto, il fine e l'effetto del suo avvento: la promulgazione del suo amore,
la consolazione dei cuori.
Sion e le nazioni si alternano in questa messa, quasi rivali d'amore, fino a che
si confondono in un solo cuore, in un solo desiderio, in una sola aspettazione. Qui
regis Israel, intende... : «Intendi, tu che badi Israele, tu che meni Giuseppe
come una pecora» È il versetto introitale: è Sion che supplica,
richiamandosi ai diritti della preelezione. Ma nell'epistola, ch'è di Paolo
ai Romani, le nazioni, i gentili, gridan forte le lor ragioni appellandosi ai diritti
delle profezie: «... Sta scritto: "Fra le nazioni ti darò lode,
o Signore, e leverò inni al tuo nome". E dice ancora: "Lodate il
Signore, nazioni tutte, magnificatelo, popoli dell'universo". E Isaia: "
Verrà, dalla radice di lesse, verrà su un virgulto che dominerà
le nazioni, e le nazioni in lui spereranno"». Ribatte, pronto, il graduale
«Da Sion il fulgor della sua bellezza... Radunate intorno a lui i suoi santi,
quelli che fecero con lui alleanza per mezzo dei sacrifizi». Ecco il communio,
e non più Sion, non più le nazioni, ma un solo popolo, una sola «Gerusalemme»,
una sola Chiesa: Ierusalem, surge et sta in excelso... : «Alzati, Gerusalemme,
e va' in alto, e guarda la giocondità che sta per giungerti dal Signore».
Di questa giocondità del Signore, di questa futura letizia del nostro cuore
nella gloria della sua voce, il vangelo ci offre quasi una pregustazione, trasferendoci,
da questo tempo di attesa, nella pienezza dei tempi... C'è, nel vangelo di
questo giorno, un uomo prigioniero, un uomo privo di luce e di libertà, che
si chiama Giovanni e potrebbe dirsi senz'altro l'uomo, l'uomo cacciato dal paradiso
e anelante d'esservi riammesso, l'uomo anteriore a Gesù. Egli sa che cosa
voglia dire Gesù, e sa che Gesù deve venire, ma non sa se sia
ancora venuto. Corre voce che un uomo vada compiendo opere grandi, opere insolite
all'uomo, ed egli manda a interrogarlo: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo
aspettare un altro?» L'interrogato, che è veramente Gesù, non
risponde semplicemente ch'è lui ma dice che cosa è lui, e lo
dice in questa maniera: «Riferite a Giovanni quanto avete udito e veduto: che
i ciechi veggono, che gli zoppi camminano, che i lebbrosi guariscono, che i sordi
sentono, che i morti risuscitano, che i poveri ricevono la buona notizia, ed è
beato chi non si scandalizzerà di me». Luce per i ciechi, libertà
per gl'impediti, vita per i morti, gioia per gl'infelici, amore per tutte le creature:
chi non riconoscerà da questi tratti Gesù? Certo lo riconoscerà
Sion, ricordando come lo descrisse il suo prof(ma Isaia (e lo abbiamo udito nel mattutino
di stamani): «Non secondo l'apparenza egli giudicherà, nè condannerà
per sentito dire, ma secondo giustizia giudicherà i poveri e vendicherà
equamente i mansueti della terra. Percuoterà la terra con la verga della stia
bocca (la gloria della sua voce) e con lo spirito delle sue labbra dissiperà
il male... Il lupo abiterà con l'agnello, il leopardo dormirà col capretto;
il vitello, il leone e la pecora staranno insieme, e li menerà un bambinuccio.
Pastureranno in compagnia la vacca e l'orso, mentre giaceranno accosto i loro figlioli,
e il leone mangerà la paglia al pari del bove. Il bambino che poppa si baloccherà
sul foro dell'aspide e lo slattato metterà la mano nella caverna del basilisco...»
Sion riconoscerà da questi segni il suo Aspettato; e anche le nazioni, anche
i gentili, riconosceranno, dall'amore, colui che deve venire.
Ultima Cumaci venit iam carminis aetas;
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
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Iam nova progenies coelo demittitur alto.
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Ipsae laete domum referent distenta capellae
Ubera, nec magnos metuent armenta leones.
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Occidet et serpens e t fallax herba veneni
Occidet ...
Così canta Virgilio, il
profeta gentile, quasi ripetendo il profeta israelita. Al suo ardore di vivere tanto
da vedere quel giorno, da vedere affamigliati gli opposti popoli, le pecore e i leoni
amici fra loro,
O mihi tam longe maneat pars ultima vitae,
Spiritus et, quantum sat erit tua dicere facta,
farà eco tra poco la preghiera di un vecchio Israelita chiedente a Dio di
morire, troppo lieto di aver visto co' suoi propri occhi la «nuova progenie
scesa dal cielo», «salvezza per tutti i popoli», «luce delle
nazioni e gloria della popolazion d'Israele».
Testo tratto da: TITO CASINI, Il Pane sotto la neve, Firenze: LEF, 1935/2,
pp. 41-45.