I GIORNI DEL CASTAGNO
di Tito Casini


X - CORPUSDOMINI

Il tempo pentecostale ripete in allegrezza, coi paramenti bianchi o rossi, molto di ciò che in altri tempi si celebrò col violaceo o col nero, i colori della mestizia e del lutto. Il Sacro Cuore, il Preziosissimo Sangue, l'Esaltazione di Santa Croce son tutte feste di questo periodo, benchè la Croce, la dolorosa stadera, fosse esaltata sulla nuda collina dove si mercanteggiava il nostro riscatto - il Venerdì Santo, quando anche zampillò, per cinque fonti, quel Sangue, e quel Cuore, per la dura chiave di Longino, ci fu disserrato. Par che la Chiesa, dopo aver compianto, come sposa, il dolore di Cristo, come madre poi si rallegri vedendo che quel dolore fu solo e tutto per la gioia dei figli. Non giunse forse a rallegrarsi del peccato di Adamo - o certe necessarium Adae peccatum! - e a benedir quella colpa - o felix culpa! - vedendo (e i sigilli erano ancora intatti sul sepolcro vigilato) di quale riparatore e di quale riparazione eran causa?
Ma tra le feste del tempo pentecostale che la Chiesa ripete dal tempo delle viole, nessuna vince in bellezza, in magnificenza, in letizia la festa del Corpusdomini, ripetizione dell'ultima Cena. Fatto così grande, così per noi consolante, che anche la prima celebrazione, il giorno del Giovedì Santo, non fu senza festa: il bianco, perduto da cinque settimane, risorse al luogo del violaceo; gli altari si rivestirono, sfavillaron di lumi; l'organo riacquistò la sua voce, e le campane, insieme ai campanelli di chiesa, risuonarono a lungo... Ma non tornò l'alleluia, non tornò la dossologia, e i santi erano ancora velati, e il celebrante non disse al diacono: «Pace!» nè questo lo ridisse al suddiacono nè questo al popolo... E fu festa breve, un lampo nella notte, o un passar di sole da nuvola a nuvola nel cielo di marzo: il colore della passione ricomparve indosso al sacerdote subito al termine della messa; gli altari rimasero spenti e nudi come non erano il giorno innanzi, mentre l'organo e le campane e i campanelli s'eran già ammutoliti (e muti dovevan restar per due giorni) quasi al principio del sacrifizio, tanto che alcuni non s'avvidero quando il sacerdote disse sull'ostia: «Questo è il mio corpo». Più del dono ci commosse allora l'addio (benchè il dono fosse un legarsi per sempre a noi); più della lettera di Paolo che ci narrava del pane e del vino mutati per noi in carne e sangue, ci trapassò l'anima il vangelo di Giovanni: Ante diem festum Paschae, sciens Iesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem...
Ora però che Gesù, lo Sposo, è già passato dal mondo al Padre - per la morte, la risurrezione e l'ascensione -, ora che per ritrovarlo, per ricongiungersi a lui, conviene rivolgersi al tabernacolo, ora la Chiesa torna sul dono, lo considera, vede quanto sia grande, esulta, loda, ringrazia.
A quattro giorni soltanto dalla festa della Trinità, ecco dunque la festa dei Corpusdomini. Gli occhi abbagliati dal Sole eterno - gli occhi della Chiesa che han seguito nel suo riascender lo Sposo fino al tabernacolo segretissimo dove l'Uno abita in Tre - si riconfortan sulla terra, dove l'impenetrabile ai serafini si porge agli uomini in un frammento di pane. Si porge e chiama e vuol che n'usiamo, - prima con lusinghe e promesse: «La mia carne è veramente cibo... Chi mangia di questa carne vivrà in eterno», quindi con le minacce e la forza: «Esci per le vie e lungo le siepi e costringi a entrare ».
Exi in vias et sepes... Più largo e ardente dell'uomo della parabola, il quale mandava il servo, Cristo in persona, padrone e vivanda, esce oggi per le vie e lungo le siepi a invitare. E le vie e le siepi brulle, o appena gemmate, il Giovedì Santo si son per lui tutte adorne, messe a nuovo, quasi presentendo, o ricordando, una strofa fra le tante di questo giorno,

Recedant vetera, nova sint omnia,

seppur non hanno ascoltato, ed è emulazione, i discorsi che le ragazze, nell'andare a messa o nel tornare, si passavan liete da diverso tempo tra loro... Discorrevan, liete, d'abiti da rinnovar per la Festa, d'abiti ancora in preparazione, e ognuna descriveva il suo, ognuna con la segreta speranza che il suo riuscisse il più bello.
Perchè la Festa, la festa senz'altro nome, quasi la festa delle feste, è tra noi questa del Sacramento. Per questa dunque i vestiti nuovi (anche il più meschino ha oggi la sua «veste nuziale»); per questa il pane nuovo e più bianco (la più povera delle massaie cercò anch'essa, ieri, di uno staccio più fitto); per questa in chiesa il maggior splendore, e le campane, fino dalla vigilia, i loro intrecci più chiari, più armoniosi, più lunghi.
Anche le campane sembra stamani che abbian colto, dal breviario, l'inno del mattutino, il comando dell'allegrezza, e lo proclamino e lo distendan per l'aria, agli uomini, agli animali, alla luce:

Sacris solemniis iuncta sint gaudia
Et ex praecordiis sonent pracconia:
Recedant vetera...

Mentre la notte, incalzata dalle campane, fugge a occidente, e da oriente il sole, pari a un ostensorio, si leva - fissabile, come il Dio dell'Ostia - sopra la terra, gli uomini, che si son lavati le mani e il viso, che han lasciato per i nuovi tutti gli abiti vecchi, s'affrettano, come l'inno li sprona, s'affrettan là dove chi s'accusa s'assolve a rinnovarsi anche dentro:

... nova sint oninia: Corda, voces et opera.

Poi, quando tutto è nuovo, quando tutto è pronto, parata sunt omnia, il Re, in persona del sacerdote, entra - e la festa ha principio...
Cibavit eos ex adipe frumenti, «gli ha cibati col grasso del frumento, alleluia!» canta di lì a poco il coro (e anche le voci, sì, son nuove), et de petra, melle saturavit eos, «e con miel di pietra gli ha saziati, alleluia! alleluia! alleluia!»
È l' introito, e par che dica, in così breve discorso (un solo, versetto di Davide), tutta la bassezza e l'altezza di questo sacramento il quale è fatto d'uomo e di Dio, è memoria di morte (Quotiescumque enim manducabitis panem hunc... mortem Domini annuntiabitis) e cibo di vita (Qui manducat hunc panem vivet in aeternum). Ricorda l'uomo e la morte) il frumento, ricordando ciò che Cristo disse di sè: «Se il granello di frumento caduto in terra non muore, resta infecondo; se invece muore...»; ricorda Dio e la vita il miele uscito dalla pietra, il quale è ancora Cristo, miele dei santi, risuscitato dalla pietra del sepolcro.
Al pari dell' introito, tutta la messa è un fragrar di campi maturi, un odorar di madia e di mosto, un continuo rammentar di pane e di vino, ora preceduti ora seguiti da un nominar di carne e di sangue. Allorchè con l'Ite la messa volge al fine, tanto l'anima s'è insaporata di sacramento che anche l'in ipso vita erat dell'ultimo vangelo s'intende ormai nel senso dell'Ostia, e il Verbum caro factum est ci porta, anzichè a Nazareth da una vergine, a Gerusalemme nel Cenacolo - come l'habitavit in nobis, un passato ormai remoto, ci si traduce in un presente e un futuro avente nel tabernacolo, lì a destra del libro, la sua dolce certezza.
Ma la sua gloria - et vidimus gloriam eius -, la quale è piuttosto gloria nostra, dacchè siamo noi che lo facciamo scendere e stare, lui l'incapibile, l'immenso, nella piccola scura capienza del tabernacolo, anzi di una foglia di pane; la gloria dunque della sua ignominia, della sua carità per noi, si vedrà, per le vie e lungo le siepi, ora ch'è terminata la messa, ora che il sacerdote, colui che ha fatto con la lingua e il cereale esser Cristo, elevata l'ostia nell'ostensorio, e l'ostensorio nelle mani, invita quella stessa lingua a cantare il grande mistero:

Pange, lingua, gloriosi
Corporis mysterium...

È la processione: la bella, la solenne, la trionfale processione del Corpusdomini, la più aspettata, preparata e onorata processione di tutto l'anno. Per lei gli uomini della Compagnia han rinnovato, sorteggiando, gli uffici - a chi lo stendardo, a chi la banda, a quali i lumi, a quali l'aste del baldacchino, quali i mazzieri - e ognuno, per tempo, s'è fatto lavare e stirar la cappa; per lei i cantori e le canterine han provato di nuovo gl'inni e la sequenza, scritti, sotto le note del canto fermo, nei vecchi libri gialli e pesi di cera; per lei il campanaio ha rafforzato le funi; per lei i ragazzi han colto a cesti e a panieri, da prati, da campi, da dirupi della più attraente primavera: oro di ginestra, porpora di rosolacci, seta di fiordalisi, guance di rosa canina, occhi di margherite... Perché oggi non è un santo, non il patrono del popolo, non è la Regina dei santi - sotto questo o altro titolo -: è Dio stesso che ha da passar per le nostre strade; e non in figura, non in statua, non in pittura, né in reliquia, ma vero e vivo e intero; neanche velato, non nascosto sul petto del sacerdote (come quando va dagl'infermi), ma palese, ma alto, ma visibile a tutti nella forma buona del pane.

÷Sanguinisque pretiosi,
Quem in mundi pretium÷

Lo stendardo, la bianca bandiera crociata di sangue, ha già varcato la soglia, già è in guerra col vento, e il popolo in doppia fila la segue, coi candidi diritti lumi accesi già in chiesa l'uno dall'altro e il primo all'altare; dietro lo stendardo, altri vessilli con altri seguaci procedono, segni e schiere distinti di un esercito solo. Fra schiera e schiera, i mazzieri, nelle loro divise, con le loro giuste armi, vigilano al collegamento, al decoro, all'ordine...

Fructus ventris generosi
Rex effudit gentium÷

Eccolo, dietro tutte le schiere, dietro i cantori, dietro i ministri, eccolo, dietro una nube, una colonna d'incenso, fra un echeggiar di campane; eccolo finalmente, sotto il baldacchino, anche il Re... Quae est ista quae progreditur, chi è mai questa che procede come aurora sorgente, bella come la luna, eletta come il sole, terribile come un esercito messo in ordine di battaglia? È la Chiesa! è la Chiesa! È la Chiesa, giovane ancora - quasi aurora consurgens -, la Chiesa che usci or è poco nella notte del mondo: umana e divina - pulchra ut luna, electa ut sol - come Chi la compose e l'armò, come Lui guerreggiabile, ma forte, invincibile, tremenda ai nemici: terribilis ut castrorum acies ordinata.
Eccola infatti che istruisce, secondo il precetto udito nell'uscire or sono tre giorni ů euntes÷ docete÷ -, istruisce, nello stesso tempo che loda e prega, facendo dir Tommaso, il massimo dei dottori, autore degl'inni e della sequenza e di tutta l'ufiziatura eucaristica:...

In supremae nocte coenae
Recumbens cum fratribus÷

Narra e spiega, Tommaso, per bocca dei cantori, come fu che il pane e il vino si ritrovaron la prima volta carne e sangue di Dio. Narra e spiega, Tommaso, come il miracolo (il miracolo dei miracoli) si ripeta:...

Verbum caro, panem verum
Verbo carnem efficit...

Narra e spiega, mentre la processione sale, lenta, discende, volge a destra, a sinistra (e sia da destra che da sinistra i visi si torcono un momento a ricercare del baldacchino), e gli uccelli, vedendo oltre oltre raddoppiarsi le siepi, raddoppiarsi di colori e di canti, volano di caspa in caspa sempre più avanti, quasi banditori del Re; e il grano, dai finitimi campi, il grano, sotto i fiati primaverili, piega verso la via, non sai se per ascoltare, o per riconoscere e salutare la spiga una di loro, una che si piegava come loro l'altro giugno, e ora le s'inchinano gli uomini, quelli stessi che la colsero, che la stritolarono sull'aia.
Finisce il Pange e la lingua non ha vacanza: con altra voce e altro metro, il sacerdote, subito ubbidito, intima:

Lauda, Sion, Salvatorem...
Loda, Sion, il Salvatore,
Loda il capo e il pastore
Con inni e con cantici!

Vuoi sapere in che misura? Senza misura.
Quanto più ti riesce, tanto più loda, perch'egli vince ogni lode, e non ti riuscirà mai abbastanza:

Quantum potes, tantum aude,
Quia maior omni laude,
Nec laudare sufficis.

A conferma di tanto, ripete il tema,

Laudis thema specialis,
Panis vivus et vitalis
Hodie proponitur,

e poi di nuovo a incitare - e anche la voce sale ai suoi vertici, per additar quanto più alta la lode:

Sit laus plena, sit sonora,
Sit iucunda, sit decora
Mentis iubilatio.

... Anche alla vite par che tremino di compiacimento i giovani tralci allorchè passan, tra il grano e gli olmi, le strofe transustanziali:

Docti sacris institutis,
Panem, vinum in salutis
Consecramus hostiam.

Dogma datur Christianis
Quod in carnem transit panis
Et vinum in sanguinem.

Ma ai cristiani bisogna tutta la loro fede per creder le meraviglie che la sequenza viene esponendo. Tommaso lo dice,:

Quod non capis, quod non vides,
Animosa firmat fides,
Praeter rerum ordinem.

Sotto specie differenti, segni senza realtà, cose sublimi si nascondono:

Sub diversis speciebus,
Signis tantum, et non rebus,
Latent res eximiae.

La carne è un alimento e il sangue una bevanda, e tuttavia Cristo si trova intero sotto ognuna delle due specie:

Caro cibus, sanguis potus,
Manet tamen Cliristus, totus,
Sub utraque specie.

Chi lo riceve non lo spezza, non lo rompe, non lo divide, ma tutto intero lo prende:

A sumente non concisus,
Non confractus, non divisus:
Integer accipitur.

E, lo riceva uno solo, lo ricevano in mille, tanto ne tocca a quello che agli altri: nè, a riceverlo, si consuma:

Sumit unus, sumunt mille:
Quanturn isti, tantum ille:
Nec sumptus consumitur.

Perciò, se vedi l'ostia spezzarsi, bada bene di non vacillare, ma ricordati che tanto egli e in un frammento quanto nel tutto:

Fracto demum Sacramento,
Ne vacilles, sed memento
Tantum esse sub fragmento
Quantum toto tegitur.

Nessuna divisione reale: il segno solo si rompe, senza che il segnato venga affatto a diminuirsi:

Nulla rei fit scissura:
Signi tantum fit fractura,
Qua nec status nec statura
Signati minuitur.

Ecco dunque il pane degli angeli fatto cibo dei viatori!

Ecce panis Angelorum
Factus cibus viatorum...

E ai viatori l'anima s'intenerisce, e la sequenza, cessando di ammaestrare, si volge tutta in preghiera: preghiera di soldati, esposti alla fame, esposti ai pericoli, lontani dalla patria, dalla famiglia, e desiderosi di esse:

Bone Pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserere:
Tu nos pasce, nos tuere,
Tu nos bona fae videre
In terra viventium.

Preghiera che vince, infine, anche negli altri inni, quanti ne intona lungo le terrestri vie il sacerdote, vince sulla dottrina e la lode:...

Per tuas semitas nos quo tendimus:
Ad lucem quam inhabitas.

Dietro lo stendardo, a cui il vento lungo la via non cessò mai di far guerra, la processione rientra, esaurendosi a mano a mano, come fiume nel mare, fra le navate. Come fiume lungo il tragitto, per le nuove acque che ogni affluente gli reca, così infatti essa s' è arricchita, andando, di nuovi fedeli, popolani e forestieri, e, non un fiume, no, essa ormai raffigura, ma ancora la Chiesa, la Chiesa nostra Militante, l'acies ordinata, al termine del suo viaggio terreno, o del suo militare, all'atto di congiungersi, in cielo, con la Chiesa Trionfante. E l'inno del ringraziamento, Te Deum, che il popolo canta rientrando, che altro è se non l'esultanza del vincitore mentre, carico di bottino e di gloria, torna, con le bandiere spiegate, a' suoi accampamenti? Laetabuntur coram te... sicut exultant victores capta praeda...
Sono i parenti, sono gli amici di fuor del popolo invitati già da tempo e arrivati ora alla festa dei loro amici o parenti. La chiesa è il luogo di ritrovo in questo giorno che ha dell'eucaristico anche fuor di chiesa e dei riti. Poichè ogni parente, ogni amico venuto ha più parenti o più amici nel popolo che oggi fa festa, e ognuno di questi lo vorrebbe alla propria tavola, così a ogni bivio, dinanzi a ogni porta è una lotta, un compelle intrare, un rivendicarsi e uno strapparsi gl'invitati, che ricorda l'iratus paterfamilias dì Luca, il veemente suo desiderio che la sua casa fosse ripiena. Nè vì è casa, oggi, che non sembri, almeno in parte, un cenacolo: dove il capo e padrone non si faccia ultimo e servo, non dia di sè quanto può per onorare i suoi chiamati.
Le seggiole si sono scansate dalla tavola, ma quelle soltanto delle donne son vuote (e un lieve cozzar di piatti all'acquaio o un attutito rumor di mobili e di passi e di voci su nelle camere dice delle assenti) allorchè le campane del vespro dànno per tutti il segnale d'alzarsi. Ci alziamo e, lentamente (il lungo pomeriggio già quasi estivo smaga alle campane la fretta), torniamo tutti alla chiesa. Sotto il braccio degli uomini biancheggia ancora, cinto di rosso vivo, qualcosa che distingue già di distante il popolano dal forestiero: la cappa, ripiegata e annodata col cordile, che servirà a fin del vespro per la nuova uscita dell'ostia... Altre vie, altre siepi, altri campi si aspettano di veder Dio, e la processione, a fin del vespro, si ripete; si ripetono gl'inni, si ripete la sequenza, si ripetono i salmi , mentre anche il sole, declinando a ponente, ritorna umano, guardabile, come di primo mattino.
Poi, fattasi l'ombra, amici e parenti ripartono, per quanto pregati di rimanere: Mane nobiscum... quoniam advesperascit.
Egli solo non ci lascia. Resta, dove noi arrestiamo il viaggio, e ve lo ritroveremo e lo riconosceremo ogni giorno allo spezzare del pane.


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